L’opera potrebbe essere intesa come un memoir o un’autobiografia romanzata dove alcuni eventi chiave della vita dell’autore vengono ripresi e completamente trasfigurati al duplice scopo sia di renderli simbolici di un’epoca storica forse ancora tutta da comprendere e rielaborare, sia per realizzare una terapia della memoria rendendo gli eventi più comprensibili e accettabili. Al contempo, però, vuole essere un romanzo di formazione, esprime cioè attraverso quali travagli familiari, amorosi, politici e intellettuali il protagonista acquista coscienza di se stesso e si riconcilia col mondo. La scrittura, sembra dire l’autore, deve sempre avere una funzione terapeutica altrimenti non serve a niente. Ne nasce un lavoro di riscatto della memoria che va molto oltre il puro racconto ma si serve della cultura di cui dispone il protagonista: filosofia, storia, letteratura e psicoanalisi sono il background culturale da cui egli attinge a piene mani per dare un senso al vissuto. A rendere più efficace e dinamica l’autoanalisi interviene un personaggio immaginario, il suo doppio, l’altro interiore, la sua anima chierica universalista e compassionevole per troppo tempo tenuta nascosta allo sguardo dell’altro e a se stesso. Il suo “chierichetto” emerge prepotentemente dall’ombra della memoria per rivendicare il suo spazio nell’esistenza consapevole del personaggio tanto che, alla fine, egli stesso dichiarerà di avere due cervelli: uno laico e uno sentimentale, uno per lo stato e l’altro per la morale, uno sociale e l’altro individualista, uno positivo e l’altro nichilista, uno hegeliano e l’altro nicciano… Il protagonista e il suo doppio ripercorrono così i momenti cruciali della loro vita, discutono, si confrontano e vi ridanno un senso Dall'incontro scontro tra questi due opposti dialettici scaturisce l’autoanalisi del giovane Vincent che continuamente si interroga sul senso esistenziale ed etico del suo vissuto e dei suoi comportamenti. La risoluzione delle sue incertezze esistenziali sarà perciò il riconoscimento della sua parte nascosta, abbracciarla finalmente ed accoglierne i doni che essa gli offre. Il romanzo si pone, così, come catarsi della memoria, ricordare, comprendere e talvolta trasfigurare il passato per immaginarsi come poteva essere, per affermare il principio che la vera identità dell’uomo è in ciò che si sceglie di essere, in ciò che si vuole essere e non in ciò che è stato. Ne nasce un’autocoscienza a tutto tondo che coinvolge la famiglia, il territorio, un’epoca, una generazione “nata quando le case non avevano il cesso” ma che aspirava all’infinito, si è spesa nel Sessantotto, quindi si è ripiegata su se stessa, rimugina il passato cercando di dargli un altro senso. Il premio finale è un nuovo stadio dell’evoluzione emozionale, uscire dal narcisismo adolescenziale e imparare ad amare passando per avventure, esaltazioni, pentimenti, ripensamenti, grandi meditazioni sulla condizione umana, dialoghi con i filosofi del passato da cui prende spunti di riflessione e ripensamenti. Ne scaturiscono circa 400 pagine ben scritte che inducono il lettore a interrogarsi sui temi più emblematici dell’essere umano nel rapporto con il presente e con l’Assoluto, mentre la quotidianità e lo scorrere del tempo producono pensieri, incontri, emozioni, ricordi e speranze. Il premio finale è l’amore, non tanto la ricerca della donna ideale, bensì il ritrovamento della capacità di amare, di innamorarsi ancora, di avere fiducia. Ne discende una nuova percezione di sé, una sensazione di saldezza sulle gambe, la certezza di avere salito un altro gradino evolutivo sulla via della conoscenza e della coscienza di sé.